ESG

CSRD dopo l'Omnibus: perché le PMI della filiera non possono ignorarla

La Direttiva (UE) 2026/470 limita la CSRD a chi supera 1.000 dipendenti e 450 M€. Perché le PMI fornitrici devono prepararsi comunque, partendo dal VSME.

In sintesi

  • Dal 18 marzo 2026 la CSRD obbliga solo le imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato.
  • Le PMI restano coinvolte come fornitori: i clienti in perimetro chiederanno dati ESG, ma entro il limite dello standard VSME.
  • Preparare un report VSME oggi costa meno che rispondere in emergenza a dieci questionari diversi domani.

Quando nell'aprile 2025 ho scritto la prima versione di questo articolo, la domanda che ricevevo più spesso era: «La CSRD riguarda anche noi?». Oggi, dopo l'approvazione definitiva del pacchetto Omnibus, la domanda è diventata: «Quindi possiamo dimenticarcene?». La risposta breve è no. Quella lunga è questo articolo, aggiornato a settembre 2026.

Cosa ha cambiato la Direttiva Omnibus

La Direttiva (UE) 2026/470, pubblicata in Gazzetta Ufficiale dell'Unione il 26 febbraio 2026 ed entrata in vigore il 18 marzo 2026, ha ridisegnato il perimetro della Corporate Sustainability Reporting Directive. Gli Stati membri hanno dodici mesi per recepirla. I punti essenziali:

  • Nuove soglie: l'obbligo di rendicontazione riguarda le imprese dell'Unione con più di 1.000 dipendenti medi e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto. Per i gruppi extra-UE conta il fatturato generato nell'Unione.
  • Tempi: la precedente direttiva «stop-the-clock» aveva già rinviato di due anni gli obblighi per le ondate successive alla prima. Gli ESRS semplificati si applicheranno a partire dall'esercizio 2027.
  • Value-chain cap: le imprese sotto soglia possono rifiutare le richieste di informazioni dei clienti che vanno oltre quanto previsto dallo standard volontario VSME.

In numeri, la grande maggioranza delle imprese che fino al 2025 si preparava alla CSRD è uscita dal perimetro dell'obbligo diretto. Ed è qui che nasce l'equivoco.

Il vero canale di impatto: la filiera

Le imprese che restano obbligate devono comunque rendicontare impatti, rischi e opportunità lungo la propria catena del valore: emissioni Scope 3, condizioni di lavoro dei fornitori, condotta etica dei partner. Quei dati non esistono nei loro sistemi: esistono nei sistemi dei fornitori. Cioè delle PMI.

A questo si aggiungono altre due spinte che l'Omnibus non ha toccato:

  • Il credito: le banche integrano i fattori ESG nelle valutazioni del merito creditizio e nel pricing dei finanziamenti.
  • Gli appalti e i bandi: criteri ambientali minimi, premialità ESG e requisiti di rating sono sempre più diffusi.
La CSRD ha smesso di essere un obbligo per le PMI. Non ha smesso di essere un criterio con cui le PMI vengono scelte.

Perché il VSME è la risposta più efficiente

Il VSME (Voluntary Sustainability Reporting Standard for SMEs) è lo standard sviluppato da EFRAG e raccomandato dalla Commissione europea nel 2025 per le imprese non obbligate. Con il value-chain cap è diventato qualcosa di più di uno standard volontario: è il tetto massimo di ciò che un cliente in perimetro può pretendere da un fornitore sotto soglia.

Per una PMI questo significa due cose concrete:

  1. Un report VSME ben fatto risponde alla maggior parte delle richieste dei clienti con un solo documento, invece di compilare questionari diversi per ogni committente.
  2. Le domande che eccedono il VSME possono essere legittimamente declinate, o gestite come servizio aggiuntivo.

Il VSME prevede un modulo Basic (metriche essenziali su energia, emissioni, acqua, rifiuti, personale, salute e sicurezza, governance) e un modulo Comprehensive che aggiunge politiche, obiettivi e informazioni più approfondite. Per iniziare, il modulo Basic è quasi sempre sufficiente.

Le lacune che trovo più spesso

Negli assessment ESG le stesse carenze ricorrono con regolarità impressionante:

  • Dati energetici frammentati: bollette di elettricità, gas e carburanti mai aggregate né collegate ai volumi prodotti.
  • Indicatori HR non strutturati: turnover, infortuni e ore di formazione esistono, ma non sono misurati come KPI.
  • Governance informale: un codice etico approvato anni fa, mai comunicato né monitorato.
  • Fornitori non valutati: nessun criterio ESG nella qualifica dei fornitori di primo livello.
  • Nessun processo: i dati ci sono, sparsi tra ERP, paghe, fatture e fogli Excel, ma nessuno è responsabile di raccoglierli.

Un percorso in tre fasi

1. Assessment e materialità (4–6 settimane)

Si identificano i temi rilevanti per settore, dimensione e clienti. Non tutto pesa allo stesso modo: una carpenteria metallica e una software house hanno priorità molto diverse. La prioritizzazione evita di disperdere risorse su indicatori che nessuno leggerà.

2. Sistema di raccolta dati (2–3 mesi)

Si costruisce un sistema minimo, ma continuo: chi raccoglie cosa, da quale fonte, con quale frequenza. Spesso non servono nuovi software: serve dare una struttura ai dati che l'azienda già possiede e collegarli al controllo di gestione.

3. Primo report e piano di miglioramento

Il primo report VSME è sempre il più faticoso, perché fissa la baseline. Dal secondo anno il lavoro cambia natura: meno tempo a rincorrere numeri, più tempo a ridurre consumi, rischi e costi. È anche il momento giusto per completare il profilo su Open-es, che molti grandi gruppi usano per qualificare i fornitori.

Conclusione

L'Omnibus ha ridotto l'obbligo, non la pressione. Le PMI che si organizzano adesso arrivano alle richieste dei clienti con dati pronti, un report riconosciuto e un rating in crescita. Quelle che aspettano risponderanno in emergenza, con costi più alti e il rischio concreto di essere sostituite da un fornitore più preparato.

Se vuoi capire da dove partire nella tua azienda, trovi il metodo completo nella pagina ESG Manager e reporting di sostenibilità.

Domande frequenti

Quali imprese sono obbligate alla CSRD dopo la Direttiva Omnibus?

Le imprese dell'Unione con più di 1.000 dipendenti medi e oltre 450 milioni di euro di fatturato netto, oltre ai gruppi extra-UE con più di 450 milioni di fatturato nell'Unione.

Cos'è il value-chain cap?

È il limite introdotto dall'Omnibus alle informazioni di sostenibilità che le imprese obbligate possono chiedere ai fornitori sotto soglia: le richieste non possono andare oltre quanto previsto dallo standard volontario VSME.

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eugenio.damaso01@gmail.com